150 anni fa nasceva l'Italia unita, ma nella Pedemontana del Grappa il Risorgimento si sentì poco: le condizioni di vita estremamente precarie, le ricorrenti epidemie, l'altissima mortalità infantile, la scarsissima istruzione non permettevano il coinvolgimento delle masse contadine e pedemontane ai movimenti politici per la liberazione del Veneto e dell'Italia.
Dopo la fine della dominazione napoleonica (1815), erano da noi tornati a comandare gli Austriaci che, per prima cosa, fin dal 1818, istituirono le scuole elementari parrocchiali (due anni obbligatori nei paesi, tre anni nelle città): anche a Cavaso, a Pederobba e a Possagno, i parroci vennero comandati di insegnare a leggere, scrivere e far di conto ai bambini dai 6 agli 8 anni, ma i nostri giovanetti spesso lasciavano i banchi del maestro a marzo per essere impiegati nei lavori dei campi e della monticazione, fino a ottobre. Nel 1836, tornò nella Valcavasia il colera che causò qualche vittima a Pederobba e a Cavaso, si farà vivo anche nel 1855 (a Possagno e in Caldoje ci furono una quindicina di vittime): ma ogni anno c'era qualcuno che si ammalava e spesso moriva per complicanze derivate dal colera. Succedeva infatti che dalle famiglie nostrane, soprattutto quelle più povere, i giovani braccianti andavano ad opera a Vicenza, a Verona e addirittura a Brescia, durante ogni primavera, ad "ispogliar gelsi" per l'allevamento dei "cavalieri" e tornavano a casa che avevano contratto la malattia, diffondendola nel territorio.
Quando arrivò il 1848, l'anno delle insurrezioni popolari (a Milano, Genova, Roma, Venezia), anche a Vicenza, a metà marzo, ci furono le prime dimostrazioni patriottiche: le guarnigioni austriache furono cacciate (si ritirarono nel Quadrilatero); in città, fu proclamata la Municipalità e costituita la Guardia Civica, con una sua propria uniforme e l'elmo crinito, proprio come quello dei legionari dell'antica Roma. Ma gli Austriaci si preparavano a riprendersi la città che veniva costantemente difesa dai volontari provenienti da tutto il Veneto (si chiamavano i "Crociati vicentini") che proprio nei primi giorni d'aprile ebbero il loro sfortunato battesimo del fuoco nei pressi del colle Sorio e di Montebello, alla periferia di Vicenza. L'otto aprile, circa tremila volontari male armati e disorganizzati affrontarono l'esercito Austriaco lasciando sul campo molte vittime tra i volontari, tra questi perse la vita il possagnese De Osti Antonio un ventenne che credeva negli ideali liberali e figura tra i martiri del Risorgimento italiano.
Intanto l'Austria era attaccata da una federazione di eserciti italiani e da gruppi di volontari provenienti da ogni parte della Penisola: era infatti cominciata la Prima Guerra per l'Indipendenza che proprio tra Onigo e Cornuda conobbe la sua prima significativa battaglia. Nel pomeriggio dell'8 maggio, un mese esatto dallo scontro di Sorio, ventimila soldati austriaci, guidati dal maresciallo Nugent, provenienti da Vienna, scesi dall'Isonzo verso Feltre, marciavano su Venezia; a Cornuda si scontrarono con 2000 volontari italiani guidati dal generale Andrea Ferrari. Vista la superiorità degli Austriaci, Ferrari chiese subito rinforzi al comandante dei soldati pontifici, generale Giovanni Durando, che si trovava nei pressi di Bassano. Ma questi invia pochi uomini che non fanno la differenza. Il giorno dopo, 9 maggio, la battaglia riprende al mattino presto e Durando partito da Bassano (attraversati i paesi di Borso, Crespano, Possagno e Cavaso) non fece a tempo neppure ad arrivare sul luogo del combattimento che i volontari italiani erano già stati messi in fuga dagli Austriaci. Alcuni cavalleggeri vennero inoltre sopraffatti a Onigo dagli stessi Austriaci che si abbandonano a feroci rappresaglie su alcuni contadini del posto, accusati di aver nascosto armi sul colle della Rocca e a Pederobba (due volontari della famiglia Stramare uccisi dagli Austriaci in quel pomeriggio sono ancora oggi ricordati da un piccolo monumento presso il Cimitero dei Francesi).
Finita bruscamente la guerra, la repressione austriaca fu terribile: controlli continui di polizia in tutta l'area trevigiana, aumento delle tasse, perquisizioni e censure. Si aggiunse, nel maggio 1854, una chiamata alle armi obbligatoria e straordinaria: oltre seimila veneti furono arruolati nell'Esercito del Lombardo Veneto, causando una grave mancanza di manodopera nei campi e nelle malghe e una conseguente ulteriore povertà. La guerra del 1859 (la Seconda Guerra per l'indipendenza) portò nel Veneto nuove repressioni poliziesche e nuove tasse (per far fronte alle spese militari): fu una mazzata mortale per numerose botteghe di Crespano e di Cavaso che continuavano a produrre i panni e le stoffe, ancora ben venduti nel Trentino. Il settore entrò in crisi e ne risentì tutto l'indotto (trasporti, infrastrutture, commercio…). Molti uomini partirono emigrati all'estero, crollò il mercato immobiliare, le fornaci di Possagno contrassero la produzione di coppi e quarelli, ampie zone boschive furono abbandonate e la produzione delle castagne ebbe una notevole flessione. In queste tristi condizioni, furono molti i giovani trevigiani e veneti che, tra il 1859 e il 1866, oltrepassarono clandestinamente il confine del Po per arruolarsi nelle fila garibaldine allo scopo di "fare l'Italia". Nella primavera del 1859, i veneti arruolati nei Cacciatori delle Alpi furono pochi (124) rispetto ai lombardi (1.951), sn totale di 4.164 uomini; ma il loro numero aumentò decisamente dopo la liberazione della Lombardia e delle Romagne, per la minore difficoltà ad emigrare: furono 15.000 i veneti che entrarono a far parte dell'esercito della Lega dell'Italia centrale guidato dai generali Manfredo Fanti e Giuseppe Garibaldi, e oltre 5.000 nel 1860 raggiunsero il Garibaldi in Sicilia, affiancandosi ai Mille; infine, durante la terza guerra d'indipendenza (1866) i veneti rappresentavano i 2/3 degli arruolati nel Corpo dei Volontari Italiani su un totale di circa 38.000.
I veneti che si imbarcarono con Garibaldi nella spedizione dei Mille furono 160 partecipanti, provenienti da tutte le province (35 da Vicenza, 32 da Venezia, 25 da Treviso, 24 da Verona, 21 da Padova, 15 da Rovigo e 8 da Belluno) E ad indossare la camicia rossa non furono solo o prevalentemente gli appartenenti ai ceti sociali medio-alti (studenti, professionisti, letterati, possidenti) destinati, una volta finita l'esperienza garibaldina, a ricoprire ruoli importanti nella vita politica, amministrativa, sociale e culturale della nazione. Decisamente consistente è la presenza di artigiani, commercianti, operai, domestici, facchini, vetturali, accanto ad una minoritaria, ma non del tutto assente, componente contadina; diverso era anche l'orientamento politico, che comprendeva mazziniani, repubblicani, democratici, moderati e monarchici; diverse erano poi le motivazioni di chi partecipò alla storica impresa in Sud Italia, dall'amor di patria a ragioni economico-sociali (come il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita). Ma tutti nutrivano una sconfinata ammirazione per Garibaldi, l'eroe per antonomasia, affascinante, ribelle, coraggioso, disinteressato, simbolo vivente di patriottismo, sacrificio e abnegazione. Tra i Garibaldini vanno ricordati: ZENNER Pietro di Ceneda, che morì a Reggio Calabria nel 1860; VENZO Venanzio di Longa di Schiavon Vicentino; UNGAR CURTI Luigi un macchinista di Lonigo in provincia di Vicenza e il conterraneo TAMISARI Gio Batta, abile ufficiale di fanteria; lo studente in Matematica dell'Università di Padova, STELLA Innocente nativo di Arsiero (Vicenza) e morto a conclusione della spedizione dei Mille, presso il Volturno, il 1° ottobre 1860; il notaio SCARPIS Pietro di Conegliano; il capitano RIGHETTO Raffaele di Chiampo; il sottotenente RADOVICH Antonio di Spresiano; l'avvocato trevigiano PILLA Giuseppe; il sottotenente feltrino MIOTTI Giacomo; l'impiegato bassanese MELCHIORAZZO Marco, il calzolaio coneglianese MARIN Gio Batta, l'ingegnere di Motta LIPPI Giuseppe; il medico di Ceneda MARCHETTI Luigi; era un mediatore di Castelfranco GUIDOLIN Antonio; era sceso dai Vegnui di Feltre il bracciante DE COL Giuseppe Francesco; partecipò anche l'avvocato CAVALLI Luigi di San Nazario (lungo la Valsugana) che diventerà anche senatore del Regno d'Italia.
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